Franco Grillini
 Un impegno per i diritti e le libertà
Inchiesta dell'Espresso sui militari gay. Grillini a La Russa: 'Basta dire che va tutto bene'
La provocazione del leader del movimento omosessuale: 'Chiedo al ministro una presa di posizione: basta alle discriminazioni per i soldati gay" di Tommaso Cerno
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Giovedì 09 settembre 2010

L'immagine dell'Espresso sull'inchiesta sui militari gay
L'immagine dell'Espresso sull'inchiesta sui militari gay
Grillini a La Russa: 'Basta dire che va tutto bene'

di Tommaso Cerno


La provocazione del leader del movimento omosessuale: 'Chiedo al ministro una presa di posizione: basta alle discriminazioni per i soldati gay"


(24 giugno 2010) Franco Grillini«Ora il ministro La Russa cambi linea: basta dire che tutto va bene, ai gay delle forze armate servono pari diritti. Anzi, in un'ottica moderna di peace keeping, i soldati gay sono un valore aggiunto». L'appello è del leader storico del movimento omosessuale italiano, Franco Grillini, che dopo l'inchiesta de L'espresso denuncia una politica del «non chiedere, non dire» che di fatto copre ancora discriminazioni e violenze.

Quando s'è cominciato a parlare in Italia di gay e forze armate?
"Era il 1986. Volevo incontrare l'allora ministro dell'Interno, Valerio Zanone. Così partecipi al congresso del Partito liberale, quando era ancora segretario Alfredo Biondi, e mi fu data la parola. Dopo il mio intervento parla con Zanone. Chiacchierammo un po' di questo argomento e fu il primo contatto istituzionale sul tema dei gay in divisa. Produsse un incontro con l'allora Capo di Stato maggiore della Difesa".

E cosa successe?
"Beh, allora c'era una legge che consentiva di esonerare gli omosessuali durante la leva. Non era una cosa politicamente corretta né dal punto di vista della parità dei diritti, ci convinceva. Ma c'era un problema concreto da affrontare: il problema drammatico degli omosessuali che si suicidavano durante la leva".

Era un fenomeno frequente?
Molto. Un fenomeno che, dal nonnismo anti-gay, spesso si trasformava in tragedia. Allora noi proponemmo una cosa, appunto non politicamente corretta. E cioè che la Difesa accettasse le nostre richieste di esonero al posto di quelle della persona, che spesso non se la sentiva. E loro accettarono grazie a una soluzione all'italiana, perché ovviamente non potevano fare un accordo fra Ministero e un'associazione privata, benché fosse l'Arcigay. Ci si mise d'accordo sulla parola, senza una convenzione. E alla presentazione della lettera dell'Arcigay loro esoneravano i ragazzi omosessuali".

Quanti sono stati esonerati grazie a queste lettere?
"Da quegli anni fino al 2003 circa 20mila rimasero a casa per questo motivo. Per evitare guai, perché adesso il nonnismo in caserma viene combattuto, ma allora era la regola. Le immagini elegiache dei gay nell'esercito, come quelle raccontate in "Pao Pao" da Pier Vittorio Tondelli, erano eccezioni e non certo la regola. La situazione cambiò quando si passò dalla leva all'esercito professionale".

E anche le vostre istanze?
"Certo. A quel punto, l'associazione invertì la strategia e chiese che invece gli omosessuali potessero fare il militare e che a loro venissero riconosciuti pari diritti".

Non è una contraddizione?
"Assolutamente no. Come ho detto all'interno del movimento il "no alla leva" era giustamente contestato. Ma necessario. Quando l'esercito è diventato professionistico noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, perché finalmente era un esercito frutto della libera scelta e, quindi, a questo punto il "politicamente corretto" è diventato obbligatorio".

Il ministro La Russa dice che non ci sono problemi in Italia per i gay in divisa. E' così?
"No. Al di là delle affermazioni del ministero La Russa, come dimostra proprio l'inchiesta de "L'espresso", le cose apparentemente funzionano solo se l'omosessuale tace. Per quello di cui invece si viene a sapere e sono molti (in Italia sarebbe meglio dire "non chiedere, non confermare", visto che tutti sanno tutto), i problemi poi ci sono eccome. Il quieto vivere all'italiana consente a chi è gay di stare nel mondo militare solo all'apparenza come gli altri. Ma poi non fa carriera e, se la fa, allora proprio lo deve nascondere. Noi sappiamo che ci sono altissimi gradi gay, ma non lo dicono.

Che dovrebbe fare La Russa?
"Io vorrei sentir dire tre cose al ministro. La prima è che il militare gay lo può dire e dichiarare, senza subire discriminazioni né da soldato semplice né da ufficiale in carriera. E che viene valutato per le sue capacità professionali e non perché va a letto con questo o quell'altro. La seconda è questa: esiste ancora, nella normativa sanitaria del servizio militare, una definizione offensiva dell'omosessualità, che ho fatto notare a La Russa tempo fa. Lui rispose che non lo sapeva e che l'avrebbe abrogata. Non è stato ancora fatto. Tre: "L'espresso" dimostra come le cose non siano affatto semplici per gli omosessuali. E' ovvio che in un'istituzione pressoché esclusivamente maschile e gerarchizzata, per cui maschilista, la questione gay è una questione di conflitto. Sarebbe bene che ci fossero delle posizioni esplicite per cancellare definitivamente le sacche di omofobiche, cioè che il ministero autorizzi formalmente le associazioni fra militari gay. Questo vale per l'esercito, la Marina, l'Aeronautica e per i carabinieri".


Signorsì, sono omosessualedi

Tommaso Cerno


Arriverà il giorno in cui i gay in divisa potranno tranquillamente fare 'coming out'? Sicuramente. Ma per adesso in caserma sono soltanto insulti, discriminazioni, violenze. E la consegna del silenzio più assoluto
(25 giugno 2010) foto di Giovanni CoccoSi è arruolato per seguire le orme del papà generale. E indossa con orgoglio la divisa dell'Aeronautica militare. Mostra fiero i gradi di capitano e sogna pure qualche stella in più del babbo sulla spallina. A Fabrizio, 32 anni, non manca certo il coraggio di volare o combattere nelle zone di guerra. Adora i jet supersonici, ama le armi. Gli manca, invece, la forza di confessare che è gay: "Lui è Francesco, caporale scelto. Ci siamo conosciuti in caserma due anni e mezzo fa e siamo innamorati. Quando stavo all'Accademia, avevo la ragazza. Poi l'ho incontrato...". Non si vergogna di amare un altro soldato. Se chiede di usare un nome di fantasia è perché ha paura del giudizio di suo padre e della reazione dei superiori: "Lasciare le forze armate? Sarebbe un incubo". Così ha fatto un compromesso con se stesso. Fuori sono una coppia gay come le altre, quando indossano l'uniforme fra le mura invalicabili della base militare vivono di bugie: "Qui lo chiamano "il vizio". Il machismo impera fra i militari, per cui un frocio resta sempre un frocio. Meglio tacere".

È la legge del silenzio, quella che vige nelle caserme italiane. Una legge non scritta, ma in tutto simile a quella che l'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, mise nero su bianco nel 1993: "Don't ask, don't tell", ordinò dalla Casa Bianca alla Us Army, annullando il divieto di servire se omosessuali ma proibendo ai soldati gay di manifestarsi.

Gli ufficiali non lo devono chiedere e i sottoposti non lo devono dire: una discriminazione per oltre 50 mila soldati americani, secondo il movimento gay che ha chiesto a Obama pieni diritti e attende che le promesse del Pentagono diventino realtà. In Italia, invece, si fa finta di niente. Ufficialmente non esistono problemi né con i militari gay, né con le soldatesse lesbiche.

Allo Stato maggiore della Difesa ne vanno fieri, a partire dal ministro Ignazio La Russa che durante la missione di febbraio in Afghanistan spiegò che "non c'è incompatibilità fra gay ed esercito". Sono gente come gli altri, ci si limita a dire. Ma è vero solo a parole. Mentre a Roma assicurano di "non aver mai ricevuto segnalazioni da parte di gay in uniforme maltrattati", la realtà quotidiana è ben diversa. E nelle camerate, come sugli incrociatori o nella pancia di un C-130 Hercules basta poco per essere inquadrati nel mirino della discriminazione.

Signorsì. Spesso quelle vite celate dentro anonimi armadietti sono diventate l'obiettivo di insinuazioni e insulti. Giorni e notti trascorsi fianco a fianco, condividendo docce e brande senza poter fiatare, hanno portato a violenze fisiche e verbali. Di storie come quella di Davide, 26 anni, sottufficiale degli alpini, ce n'è a decine: "Un collega mi dava della "checca" e mi chiamava "signorina". Io non gli badavo, finché un giorno mi ha chiuso in un gabinetto, pretendendo un rapporto orale. Sono sbiancato e gli ho chiesto se fosse diventato pazzo. Ma da quel momento in molti hanno cominciato a evitarmi", racconta. Oppure Michele, 33 anni, nato a Napoli. È un sergente dell'esercito e non ha mai rivelato in caserma di essere gay. Semplicemente faceva come tutti gli altri: sveglia all'alba, marce e turni di guardia. Finché un giorno qualcosa è cambiato: "Circa un anno fa dei colleghi hanno acceso il mio pc e trovato alcune fotografie. Nulla di sconcio, c'ero io con il mio ragazzo. Lui non fa il militare e, quando mi manca, guardo le foto. Da quel momento sono cominciati gli scherzi, anche pesanti. Mi urlavano "finocchio di merda" e una volta mi sono trovato con la faccia nel cesso".

Qualche mese dopo è arrivato il trasferimento e la sua vita sembrava tornata alla normalità. Ma non è durato a lungo, perché l'omofobia silenziosa delle forze armate viaggia anche in Rete. Un soldato della nuova caserma l'ha avvicinato dopo pochi giorni: "Ehi, tu! Mi ha guardato in faccia e mi ha detto: "Sei il frocio di Torino? Ti salutano i tuoi ex colleghi"".

Rispetto ai tempi della naia, è pur vero che le cose vanno meglio. Nell'era della leva obbligatoria in caserma passava di tutto, l'omofobia era violenta e spesso tacitamente avallata. Di botte ne solo volate. Così come di proposte oscene.

Aggressioni di branco al più debole se ne registravano a decine. Anche se al ministero ribattono che molti ragazzi utilizzavano proprio la scusa dell'omosessualità per saltare il servizio militare.

Sarà successo anche questo, non si può negare, ma chi nelle forze armate ha ricoperto i più alti gradi della gerarchia, racconta un'altra storia. Che ha il volto brutale del razzismo. Il generale Fabio Mini è l'ex comandante della forza multinazionale della Nato in Kosovo. Ha comandato migliaia di uomini. Ufficiali e soldati semplici. Ragazzini imbranati e truppe d'assalto. Di gay ne ha visti eccome. Di violenze e insulti anche: "I soldati di leva erano crudeli nei confronti degli omosessuali, c'erano esempi in continuazione. Li picchiavano, li insultavano e succedeva anche di peggio".

Oggi l'intolleranza della naia sopravvive soprattutto in alcuni reparti. "Parlare di gay in corpi come marine o parà è ancora un tabù assoluto, anche se poi muscoli e tatuaggi non necessariamente escludono tendenze omosessuali", aggiunge Mini. Avanti così a far finta di niente, una politica di repressione dell'omofobia nelle caserme non c'è mai stata. Se i comandanti erano messi al corrente di violenze nei confronti di soldati gay, prendevano i provvedimenti disciplinari del caso, fino alla denuncia. Ma quello per cui la vita militare diventava difficile era quasi sempre la vittima, cioè l'omosessuale: "Si considerava elemento di disunione del gruppo e, anche se non potevi cacciarlo, bastava che nei rapporti comparissero frasi come "non idoneo alla socializzazione" perché un ragazzo fosse emarginato", spiega il generale.

A Napoli capitò pure che un ufficiale canadese trasferito in Italia si presentasse al comando con il compagno gay. "Per il suo Paese erano sposati e intendevano mantenere anche qui casa e altre agevolazioni. Non fu possibile, perché in Italia quel tipo di legame non è riconosciuto. Eppure anche da noi l'omosessualità è sempre stata presente dai reggimenti alla carceri. Ricordo un caso in cui fu trasferito, senza divulgarne le ragioni, anche un cappellano militare", continua Mini. Si può dire che se "vizio" lo chiamano, abbia scalato tutta la gerarchia, fino ai gradi più alti. "Ne ho conosciuti di gay, anche fra i generali. In una vita nelle forze armate, ho visto comportamenti di ogni genere: dagli abusi, fino ai favori per l'amichetto, come licenze e benefici che l'ufficiale concede al soldato che gli piace.

La catena di comando sa. Più di quello che ufficialmente deve sapere. Spesso le informazioni riservate arrivavano fino alle commissioni di avanzamento che si occupano delle promozioni dal tenente colonnello in su", rivela a "L'espresso" l'ex capo di Stato maggiore forze alleate Sud Europa. Erano dossier non ufficiali, compilati dai vecchi Sios, i Servizi informativi italiani interni alle forze armate. Si leggevano a porte chiuse e poi venivano distrutti. Vennero tenuti in considerazione fino a quando alcuni ufficiali che non avevano ottenuto il grado si rivolsero al Tar: "Senza le carte, quelle promozioni congelate erano insostenibili e la prassi cambiò", conclude.

Forse capitò qualcosa del genere anche a Mario. Adesso ha 45 anni, ed è tenente colonnello: "A quei tempi succedeva di tutto in camerata. C'erano episodi di sesso forzato, anche di gruppo, per dividere la colpa e la vergogna. Non era facile tenere sotto controllo certe situazioni. Non c'erano le ragazze, gli abusi erano all'ordine del giorno e non venivano quasi mai denunciati apertamente, ma piuttosto classificati come nonnismo".

Già, il vecchio nonnismo contro cui le forze armate hanno combattuto. Un male che sembra estirpato, ma che nascondeva spesso una matrice sessuale. È anche per questo che molti militari gay, che adesso hanno più di 30 anni, raccontano di esperienze di sesso in caserma durante la leva. O che avieri come Luca, 21 anni, in servizio in Emilia Romagna chiedono invece diritti come in America. Lui vorrebbe la casa demaniale come i suoi colleghi etero. Ha una relazione da tre anni e non sopporta di doversi nascondere: "Eppure devo farlo. Non voglio tornare ai tempi di mio zio. Alcuni commilitoni lo ubriacavano e abusavano di lui. Così nel 1986 mio nonno fu costretto a farlo rispedire a casa con la raccomandazione di un politico, perché non ebbe il coraggio di raccontare che suo figlio era stato violentato. Io vorrei vivere assieme al mio compagno anche con la divisa addosso".

Una svolta c'è stata. Arrivò con l'abolizione della naia: soldati professionisti, arruolamento delle donne, abitazioni fuori della cinta protetta dal filo spinato cambiarono molte cose. Anche se per le lesbiche a volte va pure peggio che per i colleghi uomini. Vittime come Sara, 29 anni, di una doppia discriminazione: "Quella delle compagne etero e quella dei maschi, che pensano di usare noi lesbiche come oggetto del desiderio. Ma si sbagliano di grosso", racconta. Ciò che è rimasto sempre identico a prima, invece, è l'omertà. Il doversi nascondere resta la regola. Soprattutto nella Marina militare. Enrico, 23 anni, è un sottufficiale in servizio in Liguria. Per lui la situazione è più difficile, soprattutto se hai vent'anni o poco più: "Passiamo 30, anche 40 giorni in mare in astinenza assoluta. Non ci sono stanze singole, si dorme in sei o sette ed è molto dura. A volte si cerca intesa, un legame particolare. A me è successo con un ragazzo che, credo, volesse solo soddisfare un'esigenza naturale". C'è pure Roberto, 24 anni, sottufficiale dell'esercito. Ha fatto coming out con qualche commilitone in Toscana: "L'ho ammesso solo con chi mi ha posto la domanda. Alcuni l'hanno fatto per sfottermi e mi chiamavano al femminile, un paio di finti macho ci hanno invece provato. Perché nell'esercito di oggi il tabù si supera così. Molti raccontano di andare con i trans, anche in maniera sfacciata, per attirare l'attenzione dei ragazzi gay. Ma poi non ammettono di farlo con noi. Eppure a me è capitato quando dormivo in caserma".

Se per poliziotti, carabinieri e finanzieri il clima è molto cambiato, nelle forze armate le dichiarazioni di normalità che arrivano dalle gerarchie non convincono affatto. Lo denunciano proprio i soldati omosessuali: "Non è giusto parlare di gay in divisa perché nei corpi civili la situazione è decisamente migliore. Un militare non ha le stesse libertà di un cittadino e la sua vita è regolata dalla disciplina e dal codice penale militare. Poi c'è la subcultura delle caserme, che associa ancora l'idea di soldato a qualcosa di virile e non ammette l'effeminatezza che l'idea di gay suggerisce", spiega Andrea che s'è arruolato sei anni fa.
Esiste pure una chat molto riservata, dove i militari gay si incontrano, scambiano conoscenze, pareri, opinioni. E a volte incontri. Loro almeno ci stanno provando mentre Enrico, 36 anni, ci ha già rinunciato. Era tenente di artiglieria in una caserma friulana.
Fin da bambino sognava di guidare i carri armati. Ma dopo due anni e mezzo in divisa è scappato. "Non appena è girata la voce che non avevo la ragazza, hanno cominciato a tormentarmi. Ero un ufficiale e questo mi ha aiutato, ma sentivo che se fossi rimasto sarei stato un infelice". Per capire cosa significhi un coming out nelle forze armate italiane basta leggere la lettera che un maresciallo della Guardia costiera ha inviato a Polis aperta, l'associazione che lotta per i diritti dei gay in uniforme.

Dopo 29 anni di servizio effettivo ha deciso di dichiararsi e da quel giorno molti giovani militari gay si rivolgono a lui: "A chi mi chiede perché farlo, rispondo che se non ho mai subito aggressioni o fisiche, pago quelle psicologiche. Mantengo un contegno come uomo e militare, ma voglio affermare che davvero non c'è incompatibilità fra gay ed esercito". Come in Inghilterra, dove la rivista "Soldier" ha messo in copertina James Warton, un soldato gay immortalato con la medaglia conquistata in Iraq. Un mondo lontano dalla realtà italiana. Dove la parità resta ancora troppo spesso sulla carta.
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