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Esprimo soddisfazione per il pronunciamento, raccolto in un'inchiesta di Stefano Bolognini in uscita sul mensile gay "Pride" del febbraio prossimo, dell'Ordine dei medici sulle terapie riparative, quelle che vorrebbero convertire gli omosessuali in eterosessuali.
In particolare lo psichiatra Elvezio Pirfo, referente per l'Albo degli Psicoterapeuti dell’Ordine dei Medici di Torino, che sull'argomento si è confrontato con il presidente dell'ordine dei medici, Amedeo Bianco, e parla in nome e per contro, dello stesso ha dichiarato: "Gli psichiatri non possono curare qualcosa che non ritengono una malattia. Il nostro manuale diagnostico, il DSM 4°, non contiene l'omosessualità tra le malattie. E' stata cancellata nel DSM 3, da molti anni ormai. Come può un medico a curare qualcosa che non è una malattia?
Possiamo intervenire quando l'omosessualità, e succede, comporta, nello sviluppo evolutivo, un elemento di turbativa del vissuto del soggetto, ma non curiamo l'omosessualità, ma il disturbo reattivo che della persona mi porta.
Non ripariamo proprio niente, e nemmeno possiamo entrare nel merito delle terapie riparative, senza accordarci su di un inquadramento morale. E' falso ciò che alcuni hanno dichiarato ai giornali che l'omosessualità è tra i disturbi del comportamento".
Tra coloro che hanno dichiarato che l'omosessualità è un disturbo, anche la neuropsichiatra teodem Senatrice Binetti, che aveva detto a "La Stampa": "noi specialisti continuiamo a collocare l'omosessualità tra i disturbi del comportamento sessuale".
La smentita inequivocabile dell'Ordine dei medici segue quella degli psicologi e sarebbe bene che gli Ordini stessi mettessero sotto inchiesta quegli "specialisti", come la Binetti, che in nome di una fede religiosa continuano a non seguire il Codice deontologico.
Sulle terapie riparative ho presentato un'interrogazione al Ministro Livia Turco nella quale chiedo una condanna ufficialmente delle stesse, un documento ufficiale che ribadisca che l'omosessualità non è una patologia e un'indagine Ministeriale che verifichi la diffusione del fenomeno e denunci ai rispettivi ordini psichiatri e psicologi che non seguono il codice deontologico.
segue il testo dell'interrogazione
On. Franco Grillini
deputato socialista
I sottoscritti interrogano il Ministro della Sanità Livia Turco, per sapere - premesso che
il quotidiano "Liberazione" il 23 dicembre 2007 documenta l'esistenza in Italia di una equipe di psichiatri e psicologi che sottopongono gli omosessuali alla “terapia riparativa” (Allegato 1).
Già nel 2006 il quotidiano La Repubblica (3 maggio 2005) e il mensile “Pride” (maggio 2005) avevano denunciato l'esistenza di questa rete;
l’Apa, la maggiore associazione di psicologi americani,dal 1973 non considera l’omosessualità una malattia e condanna ufficialmente le terapie riparative (www.apahelpcenter.org/articles/article.php?id=31): "Some therapists who undertake so-called conversion therapy report that they have been able to change their clients' sexual orientation from homosexual to heterosexual. Close scrutiny of these reports, however. show several factors that cast doubt on their claims. For example, many of these claims come from organizations with an ideological perspective that condemns homosexuality. Furthermore, their claims are poorly documented; for example, treatment outcome is not followed and reported over time, as would be the standard to test the validity of any mental health intervention. [...] The American Psychological Association is concerned about such therapies and their potential harm to patients. In 1997, the Association's Council of Representatives passed a resolution reaffirming psychology's opposition to homophobia in treatment and spelling out a client's right to unbiased treatment and self-determination. Any person who enters into therapy to deal with issues of sexual orientation has a right to expect that such therapy will take place in a professionally neutral environment, without any social bias". devi tradurre, l'originale glielo metti in allegato;
la risoluzione del 1997 della stessa APA dice: “[gli] sforzi di ripatologizzare l’omosessualità sostenendo che possa essere curata sono spesso guidati non da rigore scientifico o ricerca psichiatrica, ma, qualche volta, da forze religiose e politiche che si oppongono ai diritti civili di gay e lesbiche. […] La letteratura sulla terapia riparativa usa teorie che rendono difficile formulare una selezione scientifica dei criteri per le modalità di trattamento. La letteratura non solo ignora l’impatto dello stigma sociale […] è una letteratura che attivamente stigmatizza l’omosessualità” e che negli Stati Uniti gli psicologi che fanno terapie riparative sono richiamati dall’Apa" (Allegato 1);
l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha cancellato, l’omosessualità dal suo Manuale diagnostico delle malattie mentali nel 1993 stabilendo, al di là di ogni dubbio, che l’omosessualità è da considerarsi “una variante non patologica del comportamento sessuale” ed in sostanza, non esiste alcuno studio su rivista scientifica che supporti la “terapia riparativa” o i tentativi di “curare” l’omosessualità e quindi che l’omosessualità non è una malattia;
se non ritenga di intervenire per chiedere chiarimenti all’Ordine dei Medici, da cui dipendono gli psichiatri.
se non ritenga necessario condannare ufficialmente le terapie riparative ribadendo che l'omosessualità non è una patologia in un documento ufficiale;
se non ritenga necessaria un'indagine Ministeriale che verifichi la diffusione del fenomeno e denunci ai rispettivi ordini psichiatri e psicologi che non seguono il codice deontologico.
On. Franco Grillini
Allegato 1
SEI GAY? VIENI DA NOI, TI CURIAMO
Diario di sei mesi in terapia...
domenica 23 dicembre 2007 , da Liberazione
?La strada verso la mia presunta salvezza comincia con un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità? Il racconto di un cronista che si è infiltrato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultra cattolico
di Davide Varì
Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. ?La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva??. Don Giacomo vuol sapere se ho ?subito? oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. ?Attivo e passivo?, dico di botto. ?E mi è anche piaciuto?, rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".
Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un ?senso di sporcizia morale? che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. ?La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione?.
A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. ?Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto?. Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, ?chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto?. Mi benedice e mi congeda.
***
Il primo incontro con il professor Cantelmi
Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino. Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. ?Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo?. Lui annuisce - ?con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito?, penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.
?Che tipo di rapporti hai avuto??, mi chiede Cantelmi.
Io faccio finta di non capire.
?Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi??.
Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: ?Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti??.
Ci risiamo, penso tra me. ?Sì?, rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: ?Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto?. Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. ?Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta?. ?Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..?
?Un test??, faccio eco io
?Sì, un test?
?Un test per misurare il mio grado di omosessualità??, incalzo.
?Beh! In un certo senso sì?, fa lui.
?Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità??
A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: ?Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa?
***
La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo
Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di ?gay trattati? e curati - proprio così, ?gay trattati? - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di ?ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali?. Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.
Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali ?presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"?. Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, ?le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno?.
Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": ?Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata?.
Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.
A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.
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La terapia riparativa di Cantelmi
Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso
i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di ?relazioni malate con il sesso?, di ?perdita di controllo? e così via.
?E in tutto questo, l'omosessualità??, chiedo io.
?Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto?.
?Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni?.
?Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore?.
***
Il Test ed i discepoli del professore e la cura
La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. ?Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia?. E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.
Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. ?Fino a che punto in che senso??, chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:
?Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi?? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: ?Sì, attivo e passivo?. Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. ?Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione?.
Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: ?Hai avuto esperienze molto strane??; oppure, ?Ti piacerebbe essere un fioraio??. A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.
D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la ?propria devianza omosessuale?. Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: ?Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite??; ?Ti piaceva giocare con le bambole??; ?Qualcuno controlla la tua mente??; ?Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo??; ?L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia??...
Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.
Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.
Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...
***
I risultati del test, quanto sono omosessuale?
?Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata?, mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". ?Omosessualità sfumata?, proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. ?Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.
Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. ?Tu non sei propriamente un omosessuale?, mi dice. ?La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia?. Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.
Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, ?non sei propriamente omosessuale?, forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.
?A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata?.
?Che tipo di terapia?? chiedo io. ?Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi?. ?Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì?. ?I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo?.
Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi. ?Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo?, aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.
Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di ?gay trattati?, anzi, riparati. ?Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l'hanno fatta?.
***
Il libro di Nicolosi
Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che ?parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto?. E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - ?gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene? - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del dottor Nicolosi è quello di ?sviluppare un senso più solido della mascolinità? di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. ?Le stanno succedendo proprio delle belle cose?, confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è ?staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità?, e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè ?ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé?: la falsa identità gay che l'esterno ti impone. ?No, non sono gay?, è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.
Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: ?Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito?. (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: ?Andy, un ventiquattrenne irresistibile?. Nicolosi è chiaro con Tom: ?Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo?. Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.
Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: ?Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali?. A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché ?le relazioni omosessuali sono senza futuro?. A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore. Il messaggio, meglio, l'avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.
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Prove di guarigione
Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti. ?Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione?.
?Confusione??
?Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali?. Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: ?Davide, i tuoi rapporti sono stati completi??. ?Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte?, rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. ?Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato?. Sull'orlo dell'esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.
Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti. Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza. 23/12/2007
Allegato 2
APA Council of Representatives Passes Resolution on So-Called Reparative Therapy
Resolution Raises Ethical Concerns About Attempts to Change Sexual Orientation, Reaffirms Psychology's Opposition to Homophobia and Client's Rights to Unbiased Treatment
(Chicago, August 14, 1997). The Council of Representatives of the American Psychological Association (APA) has passed a resolution affirming four basic principles with regard to treatments to alter sexual orientation, so-called conversion or reparative therapies.
These principles are:
Homosexuality is not a mental disorder and the APA opposes all portrayals of lesbian, gay and bisexual people as mentally ill and in need of treatment due to their sexual orientation;
Psychologists do not knowingly participate in or condone discriminatory practices with lesbian, gay and bisexual clients;
Psychologists respect the rights of individuals, including lesbian, gay and bisexual clients to privacy, confidentiality, self-determination and autonomy;
Psychologists obtain appropriate informed consent to therapy in their work with lesbian, gay and bisexual clients.
The resolution further states that the APA "urges all mental health professionals to take the lead in removing the stigma of mental illness that has long been associated with homosexual orientation."
Supporters of the resolution, which passed the APA Council overwhelmingly by a voice vote, believed that it was critical for the Association to make such a statement due to the questions of the ethics, efficacy and benefits of conversion therapy which are now being debated within the profession and within society as a whole.
"Our concern," stated Douglas Haldeman, Ph.D., President of APA's Society for the Psychological Study Of Lesbian, Gay and Bisexual Issues, "is that a person, especially a young person, who enters into therapy to deal with issues of sexual orientation should be able to have the expectation that such therapy would take place in a professionally neutral environment absent of any societal bias. Additionally, therapists should be providing clients with accurate information about same-sex sexual orientation. This resolution reasserts the profession's commitment to those two principles."
The APA Council of Representatives is the major legislative and policy-setting body of the organization. The American Psychological Association (APA), in Washington, DC, is the largest scientific and professional organization representing psychology in the United States and is the world's largest association of psychologists. APA's membership includes more than 151,000 researchers, educators, clinicians, consultants and students. Through its divisions in 50 subfields of psychology and affiliations with 58 state, territorial and Canadian provincial associations, APA works to advance psychology as a science, as a profession and as a means of promoting human welfare.
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