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Di Franco Grillini
In tutti i paesi democratici, da ormai parecchi anni, l'agenda politica dei partiti alla sinistra del centro, e spesso non solo di questi, comprende un vasto capitolo dedicato al riconoscimento dei diritti civili dei cittadini omosessuali. Non si tratta più, per questi paesi, soltanto di depenalizzare l'omosessualità: si tratta di estendere al caso dell'orientamento sessuale i divieti di discriminazione già ovunque vigenti, che proibiscono di discriminare sulla base della razza, della religione, dell'etnia, della lingua o del sesso; si tratta di reprimere i delitti motivati dall'odio contro gli omosessuali; si tratta di fornire qualche forma di riconoscimento giuridico alle famiglie omosessuali, dal livello minimo costituito da una protezione minimale comune a tutte le coppie di fatto, fino a quello massimo di consentire agli omosessuali di contrarre matrimonio; si tratta di affrontare la questione, in alcuni paesi così numericamente rilevante da risultare ineludibile, dei figli degli omosessuali.
Se in Italia norme specifiche che reprimevano penalmente l'omosessualità furono abrogate già in epoca postrisorgimentale, escludendole, come già in Francia, dalla prima codificazione penale unitaria, a trent'anni dalla nascita del movimento gay è profondamente cambiato in meglio l'atteggiamento dell'opinione pubblica nei confronti degli omosessuali, ma nessuna riforma legislativa è ancora stata introdotta. Perfino un progetto di legge che si limitava nella sostanza a estendere al caso degli omosessuali le norme antidiscriminatorie già vigenti è stato insabbiato sotto la minaccia di ostruzionismo da parte dei gruppi più clericali della destra e del mondo politico cattolico. Né la sinistra sembra, nella sua maggioranza, minimamente propensa ad affrontare una questione ritenuta (a torto, secondo i più recenti sondaggi d'opinione) impopolare presso l'opinione pubblica. È la vecchia storia già sperimentata al tempo delle lotte per il divorzio e per la libertà di scelta delle donne in materia di aborto: una classe politica arretrata è convinta di interpretare gli umori e i pregiudizi di un elettorato che, almeno sui temi dei nuovi diritti che emergono dal processo di secolarizzazione, si sta invece velocemente sbarazzando dei preconcetti ereditati da una cultura olistica, arcaica, violenta e intollerante.
Anche in questo campo, le maggiori speranze per l'Italia sembrano venire non dalla sua classe politica, ma dai processi di integrazione europea: Part. 13 del Trattato di Amsterdam, che detta la procedura per l'adozione di una normativa antidiscriminatoria comunitaria, pone sullo stesso piano la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale e i casi di discriminazione tradizionalmente considerati intollerabili dalla coscienza democratica europea; fin dal '94 il Parlamento europeo ha invitato con una sua risoluzione gli Stati membri ad adottare provvedimenti legislativi miranti a rimuovere ogni causa di discriminazione, anche per quel che concerne < gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali", e perfino < qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini"; nel '98 lo stesso Parlamento ha ammonito gli Stati candidati all'ingresso nell'Unione europea ad abrogare ogni forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali, specie per quel che riguarda l'età del consenso, pena il rigetto della loro adesione da parte del Parlamento; nello scorso gennaio l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha approvato una raccomandazione mirante a estendere al caso dell'orientamento sessuale la normativa antidiscriminatoria contenuta nella Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali (una misura questa, che, se adottata, avrebbe conseguenze normative di enorme portata negli ordinamenti interni di tutti gli Stati aderenti e che consentirebbe un'efficace e penetrante intervento della Corte Europea dei Diritti Umani).
In Italia ogni minimo passo verso la parità dei diritti degli omosessuali e perfino verso la repressione degli atti apertamente discriminatori - cioè verso l'affermazione della "pari dignità sociale" dei cittadini, perché di questo, in sostanza, si tratta - comporta sforzi enormi e inauditi: perfino la modesta e simbolica istituzione di registri comunali in cui le coppie di fatto possano iscriversi suscita reazioni che è eufemistico definire isteriche. Altri paesi invece hanno da tempo non solo introdotto nei propri ordinamenti normative antidiscriminatorie identiche a quelle che proteggono altri gruppi sociali oggetto di analoghi pregiudizi e intolleranza, ma hanno anche affrontato il problema del riconoscimento giuridico delle famiglie omosessuali. In Danimarca è vigente dal 1989 una legge sulla "partnership registrata" che estende alle coppie omosessuali che lo desiderino l'intera normativa matrimoniale, con la sola esclusione (peraltro erosa da una riforma introdotta lo scorso anno) delle norme riguardanti la filiazione: è da ormai più di un decennio che i cittadini omosessuali danesi possono "sposarsi" nei municipi del loro paese, nel corso di cerimonie sostanzialmente identiche a quelle in uso per i matrimoni civili. Analoghe leggi sono state successivamente adottate anche negli altri paesi scandinavi. In Olanda dal 1° aprile 2001 è entrata in vigore la legge (v. in appendice) che consente agli omosessuali il ricorso al matrimonio vero e proprio. Una normativa federale del genere è all'esame del Parlamento canadese, sostenuta da un'ampia maggioranza.
Ovunque in Europa i governi di centrosinistra lavorano all'attuazione di riforme miranti all'introduzione della parità di diritti: in Gran Bretagna il governo Blair si adopera per l'abrogazione della "clause 28", la norma con cui i governi thatcheriani avevano introdotto il divieto di "promuovere l'omosessualità" (operazione che, quand'anche venisse da qualcuno tentata, si scontrerebbe con la natura dell'orientamento sessuale delle persone, che non si presta ad essere "promosso" in alcuna direzione); in Francia è entrata appena in vigore, non senza feroci resistenze da parte della destra e degli integralisti di ogni confessione, la legge sul "Pacs"; in Germania una legge sul riconoscimento delle famiglie gay è al centro di un braccio di ferro fra verdi e Spd che veste soltanto sulla portata dell'equiparazione al matrimonio eterosessuale.
Solo in Italia il potere di interdizione dei partitini successori della vecchia Dc, la cupidigia di servilismo nei confronti del clericalismo cattolico da parte delle forze politiche, dei media e di gran parte della cultura laica, l'abdicazione o il disinteresse dei vecchi protagonisti delle battaglie laiche e per i diritti civili sembrano vanificare ogni speranza di incivilimento. In conseguenza, il clima non è neppure favorevole a una giurisprudenza, che pure sarebbe possibile, che volesse finalmente "prendere sul serio" quella parte dell'art. 3 della Costituzione che vieta, fra l'altro, discriminazioni fondate su "condizioni personali".
Il punto che sfugge a una cultura politica e giuridica e a un mondo accademico che, a differenza di quanto è accaduto nel mondo an glosassone, hanno per lo più evitato di confrontarsi con i problemi posti dalla presenza, per la prima volta, da qualche decennio non più sottomessa e silenziosa, di una popolazione omosessuale decisa invece a far valere i propri diritti di cittadinanza è proprio il carattere di "condizione personale", di caratteristica intrinseca dell'identità individuale, proprio della condizione omosessuale. I problemi posti nelle democrazie liberali dalla presenza dei cittadini omosessuali sono problemi analoghi a quelli posti non già da altre minoranze portatrici di "stili di vita alternativi" volontariamente preferiti a quelli della maggioranza, ma, piuttosto, a quelli posti dalla presenza di minoranze portatrici di un'identità "ascritta", non oggetto di scelta, come lo sono le minoranze razziali, etniche, linguistiche. Più precisamente, dato che la nostra identità ascritta si presta ad essere nascosta e occultata agli occhi della maggioranza (come fino a qualche decennio or sono lo era quasi sempre, per paura e per vergogna), i problemi posti dalla nostra presenza sono per più di un aspetto paragonabili a quelli di una minoranza come quella ebraica, gli appartenenti alla quale potevano anch'essi cercare di occultare la propria identità, attraverso la scelta dell'assimilazione. Nel nostro caso, però, neppure la scelta dell'assimilazione può cancellare la nostra identità ascritta, ma può solo nasconderla, così come operazioni di chirurgia plastica possono nascondere caratteristiche fisiche razziali diverse da quelle della maggioranza. Agli ebrei e a molte minoranze razziali, del resto, ci accomunano secoli di persecuzioni, culminate durante il periodo nazista nella deportazione in massa verso i campi di sterminio, una tragedia che non ha mai ottenuto l'attenzione, il rilievo e la riflessione che avrebbe meritato.
Da quando la liberalizzazione avvenuta nelle società occidentali negli ultimi tre decenni ha consentito anche agli omosessuali di servirsi della libertà di espressione senza il timore di essere vittime del più completo ostracismo sociale, non dovrebbe più essere lecito ignorare che l'esperienza pressoché unanime degli omosessuali rispetto al proprio orientamento sessuale non è l'esperienza di una scelta, bensì di una constatazione. La constatazione, cioè, del fatto che i propri desideri erotici e/o affettivi si indirizzavano in modo del tutto naturale, -spontaneo e tendenzialmente esclusivo verso individui del proprio sesso anziché del sesso opposto (esattamente come, per la maggioranza costituita dagli eterosessuali, l'attrazione erotica e affettiva si rivolge invece, altrettanto naturalmente e spontaneamente, verso individui del sesso opposto): e ciò, nonostante che tutto - famiglia, coetanei, scuola, chiese, e fino a qualche decennio or sono anche i media e la cultura - li spingesse a conformarsi all'orientamento maggioritario. Sicché la sola alternativa alla ricerca di relazioni erotiche e/o affettive con individui del proprio sesso sarebbe costituita da una forzata condanna a una castità e solitudine affettiva perenni, senza che l'individuo interessato nutra alcuna vocazione in tal senso. Che questa < condizione personale", in cui consiste qualunque orientamento sessuale, omosessuale o eterosessuale che sia, abbia radici organiche, genetiche, o da ricercare in esperienze psichiche risalenti alla più remota infanzia è del tutto irrilevante rispetto alla sua natura di condizione ascritta, non scelta e non modificabile, e ai problemi etici e giuridici che ne conseguono. E del resto, da ormai un quarto di secolo, le scienze psicologiche e comportamentali hanno escluso la condizione omosessuale dal novero delle condizioni patologiche o delle turbe della personalità'.
Eppure, gli omosessuali non sono ancor oggi tutelati dalla legge italiana contro le ingiuste discriminazioni che possono colpirli sul lavoro, nella scuola, nei rapporti sociali, o renderli vittime di delitti causati dall'odio nei loro confronti, come lo sono invece tutte le altre minoranze che sono anch'esse vittime di pregiudizi sociali ancora largamente diffusi. E tale larga e persistente diffusione del pregiudizio nei nostri confronti è tragicamente testimoniata dai numerosi casi di suicidi di adolescenti omosessuali, quasi sempre presentati e archiviati come < inspiegabili".
1. - LE < FAMIGLIE OMOSESSUALI".
In secondo luogo vi è il problema delle unioni stabili fra cittadini dello stesso sesso: cioè il problema di quelle che non vediamo come possano essere considerate altro che < famiglie omosessuali".
Vi è innanzitutto una serie di problemi molto pratici e spesso tragici di fronte a cui questi cittadini possono venirsi a trovare:
- a chi ha convissuto con una persona, magari per trent'anni, è spesso negato perfino il diritto di assistere il proprio partner morente in ospedale, perché questo diritto non è garantito dalla legge, e spesso le famiglie di origine addirittura impediscono al partner l'accesso al luogo di cura e lo escludono da ogni decisione riguardante il partner malato e incapace di agire;
- al convivente omosessuale non è garantito dalla legge il diritto di subentrare nell'affitto della casa comune in caso di morte o sopravvenuta incapacità del partner;
- la legge esclude la reversibilità della pensione del partner omosessuale defunto, e, attraverso l'istituto della riserva a favore dei legittimari, è vietato al testatore di lasciare in eredità il proprio patrimonio alla persona cara con cui ha condiviso l'esistenza; e, anche in assenza di eredi legittimari, tale eredità viene falcidiata dalla stessa tassazione prevista per i lasciti a persone del tutto estranee al defunto;
- solo in poche regioni è previsto che gli omosessuali possano aver diritto alla casa popolare, se in possesso dei requisiti di legge, in modo da evitare tra l'altro la necessità della separazione forzata di partner anziani, conviventi da decenni, e del loro ricovero più o meno coatto in "case di riposo".
Si tratta, fin qui, di situazioni evidentemente drammatiche e spesso tragiche determinate dal mancato riconoscimento giuridico delle famiglie omosessuali. Ma le proposte di riforma avanzate dal movimento gay in Italia come in ogni altro paese occidentale muovono anche da una più profonda questione di libertà, di uguaglianza formale, di equità e di giustizia, di pari dignità sociale.
Non si tratta, come spesso si equivoca, di "imporre" una regolamentazione giuridica autoritativa a quelle coppie di fatto eterosessuali che, potendo scegliere di contrarre matrimonio, hanno liberamente e consapevolmente scelto di optare per un diverso tipo di convivenza.
Lo stesso, doveroso, riconoscimento giuridico di tutte le "famiglie di fatto", se varrebbe a risolvere almeno parte delle situazioni drammatiche appena descritte, non sarebbe sufficiente a rimuovere le ingiuste discriminazioni e a realizzare la "pari dignità sociale" fra i cittadini indipendentemente dall'orientamento sessuale. Una tale normativa, infatti, non potrebbe far discendere imperativamente, dal mero fatto della convivenza, una regolamentazione dei rapporti giuridici e patrimoniali così esaustiva e penetrante da equivalere in tutto e per tutto a quella costituita dalla volontaria assunzione di un vincolo matrimoniale: qualora fosse auspicabilmente accolta dal Parlamento, è verosimile che lo sarebbe solo nei limiti della previsione di una protezione giuridica per il convivente economicamente più debole o sopravvissuto, tale soprattutto da evitare che questi possa essere travolto da eventi imprevisti e catastrofici. Una legge sul riconoscimento delle famiglie di fatto, qualora fosse introdotta con l'intento di risolvere (anche) i problemi posti dalle convivenza omosessuali, non potrebbe che risultare
altrimenti o troppo invasiva ed esigente, imponendo alle coppie conviventi eterosessuali, che hanno pur scelto volontariamente di non sposarsi, il peso di vincoli non voluti, o insufficiente ad assicurare alle coppie omosessuali, che non hanno potuto scegliere di attribuire ai propri rapporti giuridici un assetto diverso, una tutela che vada al di là dello stretto indispensabile (o forse anche di qualcosa di meno dello stretto indispensabile). Solo se la possibilità di optare per la regolamentazione prevista per i rapporti fra i coniugi nel matrimonio fosse a disposizione anche delle coppie omosessuali, la normativa sulle unioni di fatto svolgerebbe la medesima funzione in entrambi i casi.
2. - IL PACS.
Obiezioni in parte analoghe potrebbero anche essere rivolte a una normativa come quella sul Pacs, da poco entrata in vigore in Francia, e alle analoghe proposte sulle "unioni civili" da anni pendenti davanti alle Camere in Italia e mai passate nemmeno al vaglio delle commissioni competenti. Da un lato l'iter del progetto sul Pacs in Francia è stato. reso particolarmente difficoltoso proprio dalla sua natura di "matrimonio di serie B", utilizzabile sia dalle coppie eterosessuali che da quelle omosessuali. Si sono infatti sommate nella lotta contro la sua approvazione due posizioni fra loro diverse. A coloro che si opponevano al Pacs perché contrari comunque e per principio a qualunque riconoscimento della parità dei diritti degli omosessuali, si sono aggiunti coloro, apparsi molto più numerosi, che si opponevano al Pacs perché vi vedevano una minaccia alla stabilità sociale della famiglia eterosessuale francese: una volta introdotta, argomentavano costoro, la possibilità di optare per un "matrimonio leggero" sostanzialmente revocabile ad nutum, buona parte delle giovani coppie potrebbe essere portata a farvi ricorso non come alternativa alla semplice convivenza, ma come alternativa al matrimonio. D'altra parte non sembra emergere nella società italiana una diffusa domanda sociale per l'introduzione di un matrimonio eterosessuale più "leggero": sicché l'introduzione del nuovo istituto verrebbe in sostanza vista, non del tutto a torto, come un modo per introdurre un istituto utilizzabile dalle famiglie omosessuali (ma senza giungere ad attribuire loro pari libertà di scelta e pari dignità sociale) e senza che i parlamentari e i partiti proponenti venissero posti nella condizione di doversi assumere la responsabilità di una scelta "a favore" degli omosessuali. È stato probabilmente que sto il ragionamento della classe politica francese, che però si è dovuta scontrare, come appena detto, con un surplus di ostilità, probabilmente non previsto, determinato dalle preoccupazione dei tradizionalisti per la sorte delle famiglie eterosessuali più ancora che per i progressi e le vittorie del movimento gay.
Due omosessuali che condividono la propria esistenza non solo non hanno scelto il proprio orientamento sessuale, che come detto costituisce materia di constatazione e non di scelta, ma non è stata nemmeno data loro la possibilità di scegliere quale assetto giuridico attribuire ai propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali. Ci chiediamo in che cosa la condizione di due partner omosessuali differisca a questo proposito dalla condizione di due coniugi eterosessuali che, per un motivo o per un altro, non possano avere figli. Due ultrasettantenni che si sposino o si risposino, possono, ad esempio, scegliere di attribuire un regolamento piuttosto che un altro ai propri reciproci rapporti; eppure neanche loro possono avere figli né per via naturale, né attraverso la fecondazione in vitro (impossibile a tale età e del resto vietata), né attraverso l'adozione, ad essi preclusa. Non è quindi fondata in alcun modo l'affermazione secondo la quale il particolare regolamento giuridico e patrimoniale previsto dalla legge per i rapporti fra i coniugi sarebbe giustificato dal fatto che esito < normale" del matrimonio è la nascita di figli. Tra l'altro, la legge italiana (come le leggi matrimoniali di pressoché tutti i paesi occidentali) prevede che l'impotenza o l'incapacità di generare di uno degli sposi, se conosciuta al momento della celebrazione del matrimonio, non ne causi l'invalidità.
Con i progetti di legge in materia presentati da tempo anche al Parlamento italiano non ci si propone comunque di modificare né la concezione positiva del matrimonio nel diritto italiano, né quella sociologica della famiglia, che nessuna legge potrà mai di per sé modificare, ma solo di regolare il caso delle coppie omosessuali stabilmente conviventi che lo desiderino sulla base della piena parità di trattamento con quanto disposto, limitatamente ai rapporti fra i coniugi, nel matrimonio, e consentendo agli interessati la medesima libertà di scelta. In particolare, il progetto di legge Soda e altri (riportato in appendice), presentato alla Camera la scorsa primavera, prevede l'introduzione di un nuovo istituto giuridico, denominato "unione affettiva", simile a quello della "partnership registrata", introdotto nello scorso decennio in tutti i paesi scandinavi.
Quanto alla questione dell'adozione, o dell'inseminazione artificiale, si tratta di un capitolo totalmente estraneo a tutte le proposte di
legge pendenti davanti al Parlamento italiano, e che non è al momento oggetto di specifiche rivendicazioni da parte nostra. L'argomento dei figli è solo ed esclusivamente un argomento strumentalmente ed emotivamente sollevato dagli avversari della parità di diritti che, non potendo ragionevolmente opporre argomenti di carattere razionale alla richiesta che due omosessuali possano scegliere di regolare i propri reciproci rapporti nello stesso modo consentito dalla legge a coniugi eterosessuali che siano parimenti impossibilitati a procreare o ad adottare, agitano lo spettro dell'adozione dei figli da parte degli omosessuali come la conseguenza necessaria cui porterebbe il riconoscimento dei nostri diritti individuali. Purtroppo questa strategia sembra essere stata efficace, se spesso capita che anche chi non abbiamo motivo di ritenere a noi pregiudizialmente ostile vede proprio nella questione della filiazione il nucleo centrale delle nostre rivendicazioni, anziché, come è nei fatti, un elemento ad esse al momento addirittura estraneo. Sbagliamo se ci sembra di vedere riemergere nel successo di questa strategia un vecchio pregiudizio razzista che ricollega in qualche modo inconscio e inconsapevole l'omosessualità niente meno che alla pedofilia? Se così fosse, le disonorevoli polemiche sollevate dal presidente di Alleanza nazionale sui "maestri gay" troverebbero qui la loro altrimenti incomprensibile spiegazione.
A- noi sembra un caso evidente di irragionevole e immotivata discriminazione il negare alle coppie omosessuali la possibilità di prescegliere un regolamento dei propri reciproci rapporti giuridici e patrimoniali uguale a quello che regola nel matrimonio i rapporti fra i coniugi: tanto più se da tale regolamento sia esclusa (come lo è nel progetto Soda e altri, e come lo è del resto nelle analoghe leggi vigenti nei paesi scandinavi) l'estensione al nuovo istituto delle norme sulla filiazione, e se il nuovo istituto non pretenda neppure di essere qualificato con il nomen juris di matrimonio. Infatti, l'introduzione di un nuovo istituto basato su un tale regolamento, proprio perché riservato alle sole coppie dello stesso sesso, non influirebbe comunque sulla natura del matrimonio, il quale continuerebbe ad essere regolato per intero dall'attuale normativa, che non si propone venga modificata in nessuna sua parte. Proprio per tali motivi, l'introduzione dell'"unione affettiva" non interferirebbe in alcun modo con il disposto dell'art. 29, co. 1, della Costituzione, quale che sia l'interpretazione che si intenda darne: i "diritti della famiglia" fondata sul matrimonio non verrebbero infatti compromessi né modificati né limitati né intaccati in misura alcuna dall'esistenza delle "unioni affettive".
Ma, a questo punto, non si vede neppure quale altro interesse pubblico potrebbe essere addotto per giustificare il persistere della disparità di trattamento, se non quello consistente nell'adesione a pratiche discriminatorie tramandate da una tradizione violenta, intollerante e preliberale. Una tradizione che, per quanto vi si sia poco riflettuto, almeno in Italia, a noi che ne siamo le vittime appare strutturalmente identica a quel razzismo duro, propriamente biologico, che oggi perfino l'estrema destra neonazista europea esita a rivendicare apertamente: proprio perché tale tradizione si propone di colpire e discriminare una categoria di cittadini solo sulla base di una caratteristica dell'identità personale che non è oggetto di scelta.
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