Franco Grillini un impegno per i diritti e le libertà

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23 Apr

VERSO IL VOTO - Ci mancava solo LA LEGA BOLOGNESE

Il sindaco caccialo per gli scandali. La sinistra divisa. Il Pdl sotto scacco dal Carroccio... Diario di una campagna elettorale velenosa. In una città spaccata

L'IDV CANDIDA GRILLINI, LEADER DEI GAY, PER FRENARE LA LEGA: "PARLO DIALETTO MEGLIO DI TUTTI E SONO PRESIDENTE DI MISS TAGLIATELLE

Dl ROBERTO DI CARO

Bologna s'è desta, ci volevano I le elezioni per tirarla su di morale. Con la crisi, l'econo-|mia in affanno, l'occupazio­ne ai minimi, l'università senza fondi, il rovinoso deragliamento della giunta Delbono su una storia di sesso e note spese e il conseguente lun­ghissimo commissariamento prefetti­zio, era diventata città di mugugni e rim­pianti, allo sbando tra politici indecisio­nisti e cittadini lamentosi. Finché senza preavviso, col voto alle porte il 15 e 16 maggio, una vitalità tra il nevrotico e il beone ha ricominciato a serpeggiare sot­to le Due Torri. I candidati schizzano da una bettola a un'aula universitaria a una sagra della sfoglina a ritmi da "Non si uccidono così anche i cavalli". Ai dibat­titi si stilettano senza riguardo nel taffe­ruglio delle rispettive claque: Virginio Merola, Pd, per il centrosinistra, attac­cato perché era assessore nella poco amata giunta Cofferati, Manes Bernar­dini, Lega Nord, per il centrodestra, per­ché «sotto la Lega niente». Stonati come campane, cantano per i supporter e gli straniti viandanti: gli Eagles il centrista Stefano Aldrovandi, allo spettacolino elettorale dove t'aspetti preti e suore e invece uno stralunato Freak Antoni sciorina copule letterarie e parolacce; "Bela Bulagna" Franco Grillini, presi­dente onorario di Arcigay nonché di Miss Tagliatella, capolista Italia dei va­lori per Merola, alla serata dipietrista prò Banda Puccini, «che a noi Manes ci fa un baffo, sulle tradizioni bolognesi». Nei retrobottega volano i coltelli: dos­sier contro Merola e i suoi sostenitori, pare cucinati anche da qualcuno del suo stesso campo, e sgambetti, trappole fra­tricide, guerre sotterranee interne a schieramenti e partiti, altro che la truce opacità di consimili battaglie elettorali, tipo Milano. Alla fine i più composti, persino un po' scialbi, risultano i quasi-giovani outsider: Massimo Bugani il gril­lino, dato tra il 7 e il 10 per cento, con le sue proposte di microgeneratori, car-sharing avanzato e piste ciclabili, sensi­bilmente meno eccitanti di uno gnocco fritto; e il civico Daniele Corticelli, ex pu­pillo di Giorgio Guazzaloca unico sinda­co di centrodestra, che vagheggia metrò e città verticale ma almeno quando sen­te dire "città metropolitana" sbotta co­me Fantozzi alla Corazzata Potemkin. «Vincerò al primo turno», dice Merola. «Credo nella vittoria», giura Bernardini. Ma entrambi dovranno fare i conti, pri­ma ancora che con gli avversari, con quelli del proprio schieramento: il che rende doppiamente intrigante la disfida di Bologna.

La posta in gioco, per i diversi sogget­ti in campo, è altissima, assai al di là di un voto amministrativo locale per im­portante che sia. A sinistra, il Pd deve di­mostrare se, nella culla delle sue origini, è ancora un partito o un guazzabuglio di personalismi, Sei e i prodiani se la loro lista prefigura davvero "il nuovo Ulivo" o è un papocchio catto-verde-queer (si veda il riquadro di pagina 64). A destra, il Pdl è alla frutta, in un anno e mezzo non è riuscito a esprimere uno straccio di candidato, la Lega s'è fatta avanti e, forte di un accordo romano, s'è buttata alla conquista di un pezzo d'Italia (o di Padania) dove da poco ha messo radici: se perde con un buon risultato, se la sa­rà comunque giocata e crescerà, doves­se mai vincere relegherebbe il Pdl nel ruolo di maggiordomo. Quanto al cen­tro, Casini verificherà se esiste e se nei meandri della consociazione ha ancora qualche carta da spendere, dopo che il suo Aldrovandi l'ingegnere ha rifiutato l'accordo col centrodestra nel voto a turno unico per i quartieri di Bologna.

Virginio Merola, intanto: 56 anni, se­conda moglie sessuologa e consulente aziendale e un figlio di lei, famiglia na­poletana da Santa Maria Capua a Vete-re, padre maresciallo in Polizia, era pre­destinato a diventare ufficiale, tanto che da piccolo lo chiamavano "il capitano" e gli regalavano solo armi giocattolo. In­vece, pecora nera, al liceo classico Min-ghetti di Bologna s'appassiona alla poli­tica. Pulisce vagoni con l'Operosa, fa il semestrale alle Poste, il casellante d'au­tostrada. Diventa sindacalista, respon­sabile trattative e formazione di Cgil tra­sporti Emilia-Romagna, poi direttore re­gionale della Lega delle autonomie loca­li. Nel '99, stufo di cancellare dai papiri il titolo di "dott.", si laurea in Lettere su Erasmo da Rotterdam e il pensiero cri­stiano di fronte alla guerra. 110, stesso voto del suo avversario Manes Bernardini, laurea l'anno prima in Legge sul Se­nato delle Regioni, specializzato in dirit­ti dei consumatori. 38 anni, moglie di Barletta, avvocato conosciuta nello stes­so studio dell'esponente di Rifondazione dove facevano il praticantato, figlio di contadini dell'Appennino diventati fer­roviere e operaia, anche Manes è folgo­rato presto dalla passione politica, pri­ma tessera nel '91 quando un leghista a Bologna lo guardavano come un matto. Consigliere a Porretta Terme (allorché si dimette gli succede Roberto Maroni), tutte le volte che c'è un'elezione o una ca­rica di visibilità la Lega manda avanti lui: alla segreteria provinciale, nel 2009 al Consiglio comunale, in Consiglio regio­nale l'anno dopo quando a Bologna il Carroccio arriva all'8,7 per cento. E ora nella battaglia per Palazzo d'Accursio.

Male come persona non ne parla nes­suno, di Bernardini. Ma che altro c'è dietro la sua faccia, se non i mal di pan­cia per l'immigrazione che a Bologna non è dissimile dal resto d'Italia? «Ma­nes è un bravo ragazzo, gli voglio bene, lo appoggeremo lealmente: paghiamo l'obolo, così fra cinque anni non ce lo chiederanno più. Se poi vinciamo, tanto meglio», dice Galeazzo Bignami, ex An, enfant prodige del Pdl, uno che non le manda a dire neanche ai suoi: «Il Pdl non ha trovato un candidato? Forse te­mevano di vincere: la Lega ha una stra­tegia di radicamento, noi solo tattica. Il peggio dei tre? A Merola non piace il ra­gù, Bernardini non è del Pdl, Aldrovandi con la sua Busi impianti è uno dei for­nitori del Civis...».

Già, il Civis. Un filobus pesante come un treno, inviso a tutti, privo persino del­l'omologazione, coi lavori che da anni squassano la città. Lo volle Guazzaloca, e ora è indagato perché avrebbe preso tangenti. La sinistra votò contro, ma Cofferati non fece nulla per fermarlo o modificarlo. Il Pdl lo impose, e ora tuo­na che siano bloccati i lavori, boutade elettorale lontano un miglio. E i candida­ti? Bernardini: «Cambiamo il percorso, ma insieme alla città, non sono io che de­cido». Merola: «Pedonalizziamo il cen­tro, via il Civis di lì, ma bisognerà valutare le penali». Che parte dell'appalto Civis sia della potente cooperativa Ccc non faciliterà le cose. Quanto a Aldro-vandi, lui per le vie del centro pensa a un sistema di tapis-roulant. Davvero i bolo­gnesi non si fanno mancare niente-Dei resto i programmi sono pieni di fantasiose soluzioni magiche, puntual­mente messe alla berlina dagli avversa­ri. Bernardini, sul welfare, vuole corret­tivi che favoriscano i residenti da alme­no 10 anni, Merola gli replica che l'ha già fatto lui da assessore, dando priori­tà all'anzianità della domanda. Bernar­dini propone di vendere le quote di rie­ra, la grande municipalizzata multico-munale, e tappare finalmente le buche delle strade: «E poi cosa si vende? Lo sa che Hera rende in dividendi al Comune di Bologna 13,5 milioni di euro l'anno? Se questo è un amministratore, che Dio ci aiuti», lo sberleffa Merola. L'altro

La strana coppia Nichi-Romano
Ho un sogno nel cassetto, e si chiama Pd : così Nichi Vendola a Bologna, al Cinema Nosadella, in chiusa a un'ora e mezza di comizio prò Amelia Frascaroli quando lei era in corsa alle primarie del centrosinistra contro Virginio Merola e Benedetto Zacchiroli. I più archiviarono la battuta tra quelle che ogni giorno "Il Foglio" deposita a futura memoria nella rubrica "Nichi, ma che stai a di'?". Invece no. Il sogno del Pd Nichi sembra ce l'abbia sul serio, e che lo condivida con l'unico che potrebbe consentirgli di realizzarlo: Romano Prodi. Dicono sia stato Prodi a chiamare Vendola e a proporgli di sperimentare insieme sotto le Torri «il nuovo Ulivo». Bologna, unica grande città al voto in cui non senza qualche mal di pancia i vendoliani hanno rinunciato al simbolo di Sei in favore della lista "Con Amelia per Bologna con Vendola", sarebbe insomma il banco di prova e il primo vagito di un disegno politico nazionale per far risorgere il centrosinistra dalla poltiglia cui è ridotto. «Certo, la nostra lista si pone come il nuovo Ulivo. Senza il Pd, ma lo aspettiamo», conferma Cathy La Torre, segretaria provinciale Sei, vicepresidente Mit (Movimento identità transessuale), storia lesbica nel movimento queer, avvocato specializzato in antldiscriminazioni, che della lista bifronte è una delle due capolista; l'altra è l'Amelia medesima, storia cattolica, preti, parrocchie, volontariato, a lungo vicepresidente della Caritas, legata a Prodi tanto da dichiarare che il suo programma l'avrebbe steso con la moglie Ravia. Mondi tra loro più distanti no? «Niente affatto, conviviamo perfettamente, sono nate grandi amicizie, la lista è di bellissime persone impegnate nel sociale. Vendola è nel simbolo, potenziale leader di un centrosinistra più ampio e rinnovato: partito o coalizione, il cantiere per la sua costruzione andrebbe aperto già domani. Come? Un programma di massima, centrato su lavoro, ambiente e temi etici, poi via alle primarie nazionali per riconquistare il governo del Paese». Bersani a Palazzo Chigi, Vendola segretario del rinnovato Pd suo "sogno nel cassetto", Prodi al Quirinale. E anche la sinistra ricomincia a fantasticare. R.D.C.
non è da meno: «Ah, Merola davvero un bell'amministratore, è stato. Con Cofferati voleva fare una grande mo­schea con minareto, bloccata grazie al­la Lega; e il nuovo Tribunale l'ha piaz­zato in centro, spazi inadeguati e 3 mi­lioni di euro l'anno d'affitto». Lascia cadere lì che lui, Manes, lo chiamano "l'assessore della curva", abbonato al Bologna calcio da vent'anni, casomai qualcuno si fosse scordato la gaffe me-roliana: «Spero che il Bologna torni presto in serie A», dove sta da tre anni. L'ha salvato il Cev, Maurizio Cevenini "mister preferenze", candidato sindaco ritiratosi dopo una lieve ischemia e ora capolista Pd, con un pubblico esamino sulla storia rossoblu, scudetti, giocato­ri e tutto il resto.
Se vincerà, che farà Merola, e come le sue scelte si ripercuoteranno nel partito e su scala nazionale, lui che quando si presentò alle primarie del 2008 si trovò contro, racconta, «l'intero partito, diri­genti nazionali, regionali e locali com­preso Prodi», tutti per Delbono? Si stac­ca dalla linea di alleanze al centro: «L'as­sillo delle alleanze è comprensibile in emergenza, ma il centro, in questo pae­se, non è l'Udc, è il 40 per cento di aste­nuti, una vasta prateria da conquista­re». E attacca il consociativismo: «Un tempo c'erano tanti soldi e due partiti seri, il Pei e la De; ora i soldi non ci so­no più, bisogna finirla». Un'eresia, per Bologna, «e un pezzo del partito comin­cia a tremare, sa che Virginio non scher­za», chiosa Benedetto Zacchiroli, con­corrente di Merola alle primarie e ora copresidente del suo comitato elettora­le. Lo stesso Zac che, esperto in relazio­ni internazionali, ha trascinato Merola in visita ufficiale low cost tra Norimber­ga, Tolosa e Gand: sette aerei in quattro giorni e levatacce alle 4 di notte. E già pensa a Bologna capitale mondiale del libro 2014.
23 aprile 2011

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